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Storia

Villa_F.A

Riproduzione e fotoritocco manuale delle istantanee, scattate da Antonicelli, a cura di Luciana Mulas gentilmente concesse da Patrizia Antonicelli.

 
 

La Villa delle Punte

Costruita negli anni ottanta dell’ottocento, in stile Liberty, su commissione della famiglia Vercellone, fu in seguito acquisita dal notaio torinese
Annibale Germano e più tardi intorno al 1945 dal notaio siciliano Carmelo Cernigliaro.
Negli Anni 20 fu rivisitata dall'architetto Giovanni Chevalley  che vi apportò quella suggestione settecentesca che ancora oggi si assapora.

Villa Cernigliaro, la Dimora storica antonicelliana di Sordevolo, nel Biellese, è vincolata dal Ministero della Pubblica Istruzione e tutelata della Sovrintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Piemonte di Torino. All'inizio del secolo appena trascorso e in pieno regime fascista, grazie a Franco Antonicelli, la Villa diviene luogo d'incontro e di pensiero politicamente dissidente d’intellettuali come: Ginzburg, Bobbio, Pavese, Einaudi, Frassinelli, Croce, Mila, Zini, Pirandello, Montale, Colonnetti, Frassati, Linati, Levi, Tessa e molti altri.
 

Il “buen retiro” di Sordevolo negli anni del fascismo

“La rabbia impotente per le condizioni, soprattutto morali, in cui il Mussolini teneva gli italiani, cresceva e mi spinse verso un gruppo di giovani che a codeste condizioni cercavano di reagire. Essendo di temperamento riflessivo e tutt’altro che entusiasta - soffrivo anzi allora di una timidezza patologica - mi rendevo ben conto che i nostri sforzi di smuovere l’atmosfera plumbea in cui si stagnava erano destinati a fallire nell’apatia generale, ma mi pareva di dover agire così per non dover vergognarmi di me stesso”. Così si esprimeva in una memoria autobiografica Luigi Grosso, ricordando gli anni milanesi dal 1930 al 1940, e la sua vicenda, analoga a quella di altri scultori, può illuminare la condizione di tutti quegli intellettuali che non intesero accettare, nell’Italia degli anni Venti e Trenta, la dittatura del fascismo; è una testimonianza interessante in quanto coglie un aspetto importante della lotta antifascista e trova corrispondenza in alcune notazioni di Franco Antonicelli.
“L’antifascismo non fu soltanto una serie di azioni politiche o di colpi di mano; per lungo tempo fu un poco visibile ma esistente baluardo di coscienze, che rendeva difficile al regime affondare ed estendere le sue radici”, un “- collettivo - spirituale e morale che teneva viva - un’altra Italia - accanto a quella ufficiale”.
A Torino quest’“altra Italia”, come - collettivo spirituale e morale - che tende a costituirsi come - baluardo di coscienze -, ha come centri attivi di resistenza e opposizione le fabbriche e l’università frequentata da quei giovani che sui banchi di scuola erano stati educati da insegnanti come Umberto Cosmo e Augusto Monti, ed ora attingevano alla parola e all’esempio di docenti come Gioele Solari, Francesco Ruffini, Lionello Venturi.  

Antonicelli fu allievo di Umberto Cosmo e frequentò Augusto Monti, entrambi professori al liceo d’Azeglio a Torino, e proprio attorno al Monti si compose a partire dal 1928 un “collettivo spirituale e morale”, un gruppo cui presero parte Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, Massimo Mila, Sturani e lo stesso Antonicelli; luogo d’incontro era il caffè Rattazzi e come ricorda Bobbio: “Monti... muoveva i fili della conversazione, che non era necessariamente politica...
La lezione del Rattazzi consistette, almeno per me, nel farmi toccare con mano il distacco tra la cultura accademica che si fucina nelle scuole, e quella milititante, che si forma tra compagni e maestri scesi dalla cattedra... nel premunirci tutti quanti dalla malattia del sussiego”.
Ecco la lezione del Monti: la pratica della libertà di contro alla “malattia del sussiego”, e analoga fu la lezione di Cosmo, “uomo cresciuto nella libertà”, il quale, destituito nel 1926 dalla cattedra di Lettere italiane al d’Azeglio per una generica incompatibilità tra il suo pensiero e quello del regime, così si espresse: “... auguro all’uomo che salirà sulla cattedra dalla quale io sono costretto a discendere di portare su di essa la libertà e la dignità con le quali io l’ho per tanti anni occupata”.
Nella galleria dei personaggi fotografati da Antonicelli compaiono tutti questi nomi e fu per merito di Antonicelli che questo “collettivo spirituale e morale” si poté ricostituire ogni estate, a partire dal 1935, a Sordevolo nella villa di Annibale Germano, suocero di Antonicelli:

“Ci fu un tempo, difficile da dimenticare, in cui un piccolo gruppo di amici fidati si ritrovava con il più spontaneo piacere per liberare l’animo dall’odioso peso del sospetto, del silenzio prudente, delle preoccupazioni e dei pericoli improvvisi. ... Il tempo cui alludo fu quello del fascismo.”

Il gruppo era quello che di solito si ricostruiva ogni estate nel biellese, a Sordevolo e a Pollone. Due erano i ritrovi principali: la villetta abitata, credo dal 1934, da Benedetto Croce a Pollone e la villa da molto più tempo di proprietà di Annibale Germano a Sordevolo. La prima era meta di illustri visite la seconda non meno, in parte come riflesso o appendice della prima. Della seconda posso dire che... ognuno... poteva parlare in libertà, anche se legato con qualche vincolo al regime; tuttavia la vera confidenza in fatto di politica era ristretta a pochi frequentatori abituali.
I tutti: Simoni, Pastonchi, Bontempelli, Linati, Tessa, Gadda, Conti, Della Corte, Bernardelli, Quadrone, Cosmo, Falco, Salvatorelli; i pochi: spiccava Gustavo Colonnetti. Compaiono altri nomi, ricompare quello di Cosmo, personaggi fra loro legati da una “comunione di coscienze”, legame che Antonicelli vede in qualche modo simboleggiato dalla strada che unisce Pollone a Sordevolo: “Topograficamente la panoramica strada serpeggiante fra i due paesi può segnare il legame fra i componenti del gruppo”.

da Franco Antonicelli, Galleria di simboli, Ed. Zero Gravità 1999, 1a Edizione
Testi a cura di Marzia e Raffaella Barberis

 

Franco Antonicelli

Studioso, critico, poeta, saggista, editore, oratore, uomo politico nel senso più esteso del termine, vale a dire guida disinvolta di ogni conversazione, ma anche uomo d'azione capace di interventi rischiosi nel cuore delle vicende civili; e conversatore stupendo per l'estensione di voce - dai toni di rigore e dell'indignazione alle invenzioni di uno humor inarrivabile; Franco Antonicelli fu anche fotografo e disegnatore.
Bisognava averlo conosciuto bene per sapere che tutte le figure che egli impersonava, apparentemente così distanti l'una dall'altra, si componevano nell'unità di un unico, irripetibile, sovrano personaggio.
Era uno dei pochi capaci “di difendere la propria natura” - come chiedeva Giaime Pintor - e dunque di esistere e di avere peso in un'età che cancella la personalità sotto le etichette e dietro i cancelli di schemi preordinati.
Fedele a se stesso e alle sue origini, corse liberamente il rischio della dispersione, vivendo l'avventura, ricca di nobili ascendenze culturali, di colui che "ama ciò che fa” - come dice Burckhardt del grande dilettante -, e che fa quindi ciò che ama. Nessuna sorpresa, dunque, che rinviasse a “dopo” l'espressione compiuta di se stesso, non perché distratto da un fiore o da una rondine (o forse anche), ma perché occupato con carattere d'urgenza dai compiti dell'attualità storica che assolveva “sempre bene, ma il più delle volte per richiesta altrui, solo per mio infervorato (e talora infastidito) consenso; di rado di mia elezione (salvo le azioni politiche)” - come ha lasciato scritto con una sincerità di cui dovrebbero far tesoro i causidici dell'impegno perfetto.
Franco Antonicelli amava tutto e avrebbe voluto fare tutto. Tendeva a una “umanità integrale” e la cercò nella vita pubblica e nella vita privata.
L'”opera” stava davanti, era tutto da cominciare. Ma c'erano priorità da rispettare: il carcere, il confino, un tempestoso comizio contro il governo Tambroni, le lotte degli operai di Torino, Genova, Livorno, venivano prima di ogni altra cosa.
Un saggio su Villon, il profumo della Lantana Camara (fiore mediterraneo), dovevano aspettare. Ma intanto prendeva appunti, accumulava appunti, il suo tavolo di lavoro scompariva sotto gli appunti di una interminabile preparazione. Erano appunti d'ogni genere, diari, annotazioni frettolose, epigrammi, fotografie, disegni. L'”opera” sarebbe nata da quell'accumulo di appunti. Ma in essi si erano espressi, e per un attimo appagati, la curiosità, l'intelligenza, lo sguardo di Franco Antonicelli.
Se fosse anche sguardo, e mano, d'artista, diranno altri.
Franco Antonicelli riuscì a fissare i fuggitivi fotogrammi del vivere, mosso da un impulso in cui si univano il letterato, l'esteta, il moralista, lo storico, sempre assistiti dall'uomo di spirito.

Giulio Bollati
 

 

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Augusto Monti 
Professore d’Italiano al Liceo d’Azeglio dal 1923 al 1932, divenne per alcuni ex-allievi del liceo il “profe”, amico e compagno più anziano da cui trarre insegnamenti di vita. 

«Quando leggo Monti è come se continuassi ad ascoltarlo. Dietro ogni parola c’è il personaggio vivo dalla cui voce eravamo stati incantati tante volte, severo, tollerante ma non accomodante, che pareva tetro e sapeva anche essere ilare, e aveva il gusto di raccontare con aria scanzonata, talora quasi sbarazzina, i fatti quotidiani e insieme di dare senza parere la lezione che se ne doveva trarre, ed era sempre una lezione di serietà, di rispetto degli altri attraverso il rispetto di se stessi, di fermezza, di dignità... C’era davvero chi, malato, si alzava dal letto per non perdere l’ora in cui Monti spiegava e leggeva il settimanale canto di Dante. Una lezione di cui uno dei suoi allievi..., Carlo Mussa Ivaldi, domandandosi qual ne fosse il segreto, risponde che era, questo segreto, il saper tradurre i valori letterari in valori interiori e civili». Questo scrive Norberto Bobbio ricordando Augusto Monti. 

 
umberto-cosmoUmberto Cosmo 
Fra i vari personaggi che frequentarono villa Germano di Sordevolo, Antonicelli ricorda Umberto Cosmo, insegnante di lettere italiane al Liceo d’Azeglio a Torino, dimessosi dall’insegnamento nel 1926 in seguito all’accusa, formulata dal ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele, di “incompatibilità” fra il pensiero personale e le generali direttive del regime. Venne incarcerato nel 1929 e condannato a un anno di confino per aver sottoscritto la lettera di solidarietà a Croce, intervenuto contro il Concordato tra lo Stato e la Santa Sede e definito da Mussolini “‘imboscato della storia”.
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Zino Zini
Scrive Bobbio: «Né Cosmo né Zini ci parlavano di politica... ma la loro presenza era di per se stessa un ammonimento, una vivente smentita alle insolenze che venivano vomitate ogni giorno sugli oppositori... e un invito a non indugiare nel conformismo, a non lasciarci adescare dalla propaganda».
Zino Zini, insegnante di storia e filosofia al Liceo d’Azeglio, socialista, si era schierato come consigliere comunale a Torino col gruppo dei comunisti e aveva collaborato a L’ordine Nuovo. Nel 1921 apparve un suo opuscolo di carattere filosofico, Il congresso dei morti, scritto pacifista di protesta contro l’inutilità delle guerre: nella valle di Giosafat vittime e carnefici si radunano a discutere circa la responsabilità di milioni di stragi. Alessandro Magno, Attila, Napoleone: tutti giustificano la propria condotta di fronte a Cristo, ma l’unico ad aver agito secondo moralità è stato un soldato romano, il legionario di Lambessa il quale, contro la guerra e la prevaricazione, professa la sua sottomissione a Cristo. Zini come maestro di anticonformismo e moralità: Antonicelli lo ricorda come “scrittore e filosofo, o meglio moralista, che fu maestro a molte generazioni di scolari”. 

 


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Andrea Della Corte con Zino Zini,
nel Giardino italiano

Quando la casa di Sordevolo fu aperta agli ospiti, tra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘30, Andrea della Corte divenne ospite fisso: noto musicologo di origine napoletana, insegnante a Torino al Conservatorio e più tardi all’Università. Con queste parole ricorda il maestro Toscanini: «Musica sempre. Ultimamente la teneva stretta, in un abbraccio d’amore geloso, trepido nella rimembranza, atterrito dell’obliare. Aboliti i termini del giorno e della notte, avido, vigile, perplesso, s’ascoltava delle incisioni, ultima sua vitalità, nostra eredità preziosa, e ogni volta meglio scopriva la profonda sostanza, la segreta entità dell’opera d’arte amorosamente conosciuta... Talvolta riascoltandosi deplorava: “Questo pezzo non l’ho mai diretto bene”, ne era mortificato, come d’un’incapacità, che né studio, né affetto avevano potuto attenuare». Franco Antonicelli, Calendario di lettura

 


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Antonicelli allo scrittoio,
4 settembre 1936

Il soggiorno biellese dava ad Antonicelli modo di coltivare la lettura e lo studio degli autori più amati con una tranquillità che ricordava gli anni giovanili. Per Dante, gli stilnovisti e i classici Antonicelli nutriva una passione assoluta perché «essi sono la vita viva, la realtà reale, sempre fresca, sempre accessibile».
Così Antonicelli scriveva sullo scrittoio della sua abitazione sordevolese: «solo l’interiorità può darci quel più ricco senso di vita che denominiamo felicità. Infatti solo nel progresso noi sentiamo arricchirsi e letificarsi la vita e solo nel fervore della vita interiore riconosciamo un progredire».


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Pavese,  Ginzburg, Antonicelli, e l’editore Frassinelli a San Grato, Sordevolo 1932

Così Corrado Stajano: «Frassinelli è il tipografo in maniche di camicia e bretelle, dallo sguardo attento e serio, ... con Pavese che pare un immigrato scontento, Ginzburg, con un block notes in mano che ricorda il medico di qualche commedia di Cechov, Antonicelli elegante, con un nuovissimo cappello dal nastro alto, il busto e le gambe in posa perfetta, come la piega dei pantaloni». 


 
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