IL PARCO CULTURALE

Il Parco culturale Franco Antonicelli, tra Sordevolo e Pollone, comprende i luoghi dell’ispirazione della letteratura nel paesaggio italiano costituiscono un capitolo di unica bellezza nel libro della natura europea, un itinerario lungo i luoghi di permanenza dello scrittore e di quel gruppo di intellettuali chiamato “collettivo spirituale morale”, che si riuniva tutti gli anni in Villa per riflettere sui temi di storia, letteratura, poesia, arte, musica.

 

Franco Antonicelli Studioso, critico, poeta, saggista, editore, oratore, uomo politico nel senso più esteso del termine, vale a dire guida disinvolta di ogni conversazione, ma anche uomo d’azione capace di interventi rischiosi nel cuore delle vicende civili; e conversatore stupendo per l’estensione di voce – dai toni di rigore e dell’indignazione alle invenzioni di uno humor inarrivabile; Franco Antonicelli fu anche fotografo e disegnatore. Bisognava averlo conosciuto bene per sapere che tutte le figure che egli impersonava, apparentemente così distanti l’una dall’altra, si componevano nell’unità di un unico, irripetibile, sovrano personaggio. Era uno dei pochi capaci “di difendere la propria natura” – come chiedeva Giaime Pintor – e dunque di esistere e di avere peso in un’età che cancella la personalità sotto le etichette e dietro i cancelli di schemi preordinati. Fedele a se stesso e alle sue origini, corse liberamente il rischio della dispersione, vivendo l’avventura, ricca di nobili ascendenze culturali, di colui che ”ama ciò che fa” – come dice Burckhardt del grande dilettante -, e che fa quindi ciò che ama. Nessuna sorpresa, dunque, che rinviasse a “dopo” l’espressione compiuta di se stesso, non perché distratto da un fiore o da una rondine (o forse anche), ma perché occupato con carattere d’urgenza dai compiti dell’attualità storica che assolveva “sempre bene, ma il più delle volte per richiesta altrui, solo per mio infervorato (e talora infastidito) consenso; di rado di mia elezione (salvo le azioni politiche)” – come ha lasciato scritto con una sincerità di cui dovrebbero far tesoro i causidici dell’impegno perfetto. Franco Antonicelli amava tutto e avrebbe voluto fare tutto. Tendeva a una “umanità integrale” e la cercò nella vita pubblica e nella vita privata. L’”opera” stava davanti, era tutto da cominciare. Ma c’erano priorità da rispettare: il carcere, il confino, un tempestoso comizio contro il governo Tambroni, le lotte degli operai di Torino, Genova, Livorno, venivano prima di ogni altra cosa. Un saggio su Villon, il profumo della Lantana Camara (fiore mediterraneo), dovevano aspettare. Ma intanto prendeva appunti, accumulava appunti, il suo tavolo di lavoro scompariva sotto gli appunti di una interminabile preparazione. Erano appunti d’ogni genere, diari, annotazioni frettolose, epigrammi, fotografie, disegni. L’”opera” sarebbe nata da quell’accumulo di appunti. Ma in essi si erano espressi, e per un attimo appagati, la curiosità, l’intelligenza, lo sguardo di Franco Antonicelli. Se fosse anche sguardo, e mano, d’artista, diranno altri. Franco Antonicelli riuscì a fissare i fuggitivi fotogrammi del vivere, mosso da un impulso in cui si univano il letterato, l’esteta, il moralista, lo storico, sempre assistiti dall’uomo di spirito. Giulio Bollati

 

nell’immagine: Pavese, Ginzburg, Antonicelli, e l’editore Frassinelli a San Grato, Sordevolo 1932

 

Così Corrado Stajano: «Frassinelli è il tipografo in maniche di camicia e bretelle, dallo sguardo attento e serio, … con Pavese che pare un immigrato scontento, Ginzburg, con un block notes in mano che ricorda il medico di qualche commedia di Cechov, Antonicelli elegante, con un nuovissimo cappello dal nastro alto, il busto e le gambe in posa perfetta, come la piega dei pantaloni».

 

a destra dall’alto: Franco Antonicelli, Benedetto Croce, Elena Croce